24 August 2011

danish cookie blue box

Sjælland, Fyn e Møn for me and for dummies

Molto freddo. Dico fin da subito che ormai mi sono rotta il cazzo di fare viaggi estivi in stati nordeuropei polari (parole dure, ma giustificate dal vento e dalla pioggia a proiettile che hanno costretto me, Maria, Giulia e Valentina ad indossare degli impermeabili-sacchetto); avevo osato portare due pantaloncini perché sognavo una realtà diversa da quella delle previsioni meteo, invece meanwhile in Mondragone/Croazia/Ibiza/spiaggia calabra a caso..

Copenaghen
Un altro mondo dove tutto funziona e dove tutti sono felici; ordinata, pulita (tranne il sabato mattina, perché il venerdì sera i giovani fanno party hard nelle strade)(è frequentissimo vedere persone –non barbone- che rovistano nei cestini raccogliendo lattine e bottiglie di plastica; i supermercati –e soprattutto il NETTO, quello delle buste gialle di plastica con il cane che portano tutti con sé- ad ogni pezzo consegnato danno un tot di corone con le quali credo si risolva il pranzo della giornata e si possa anche iniziare una nuova vita partendo da zero).

L’ostello è così nuovo che non esisteva sulla guida o su Google Maps. Miglior ostello di sempre, in centro vicino a giardini botanici e alla piazza Kongens Nytorv e alla catena di bar locali (Baresso). La sala comune un enorme lounge bar con zone diverse e terrazza. I giovani di oggi stanno tutti lì con un iPad/iPhone/Mac/netbook non scrauso e questi gli impediscono di andare fuori il pomeriggio. Ora è facile fare il discorso ‘tecnologia-estrania-gente’ ma non è quello che intendo. Ho provato desiderio di liberarmi del mio cellulare ed infatti l’ho smarrito (poi recuperato) su un treno (dopo che un pazzo mi/ci ha urlato cose senza senso tra cui “Italians don’t pay taxes haha”). 
Stavolta abbiamo fatto l’esperimento camerate miste incontrando sconosciuti tra cui Lin di Taiwan la quale non conosceva nemmeno il nome di Buddha e della sua religione nazionale, Isaac di Detroit, due tizi spagnoli con amico Legnanese in Erasmus ad Horsens, un ragazzo francese perennemente addormentato nel letto sotto il mio, tale Uhrska e vari senza nome. E’ un problema usare il phon alla mattina perché spesso gli altri dormono.

Statistiche dicono sia il paese più felice del mondo; tutti i danesi sorridono mentre passeggiano (è vero), e sono per il 90% belli, alti, biondi e ben vestiti. Io condivido con loro solo l’altezza e l’appartenenza al genere umano. 

Nonostante il freddo, le ragazze girano in shorts, scarpe aperte (?) e la totale assenza di cattivo gusto o di un capello fuori posto; cosa che poi caratterizza tutti a partire dai bambini stipati nei carrozzini fino agli anziani, i quali non esistono o sono comunque molto giovani. Sulla Strøget c’è una serie di negozi d’abbigliamento alto livello che puo’ provvedere al fabbisogno di queste persone; ma se anche indossassero stracci usati presi al bancariello di Christiania* [*a seguire] risulterebbero comunque eleganti e molto composti.

I biglietti della metropolitana e degli autobus sono costosissimi, e questo dato sprona ancora di più il farsela a piedi e l’utilizzo delle biciclette, che sono dovunque come le cicche di sigaretta sui nostri marciapiedi. Di conseguenza sono tutti magri ed atletici, e solo il 24% della popolazione fuma. Spesso li ho visti bere succhi di frutta in treno. That is the place.

In giro si vedono molte carrozzine, soprattutto a due posti 

(con gemelli omozigoti annessi), addirittura le bici-carrozzino-doppio, e i padri girano soli tranquillamente con i bambini come fossero madri. That is the place.

Anche il cibo è caro, ma molto buono e panettoso-dolcioso; non c’è la cultura del supermercato (che propone roba quasi trash e comunque manca di crema alla cannella) ed è usanza mangiare fuori. L’acqua costa quasi 3 euro a bottiglina: better drink my own sink water. Di  base a tutta la nostra esperienza danese bisogna sempre tenere presente la mia borsa appesantita da bottigline di acqua custom.

Oltre le offerte combo wurstellini/kanelsnegle del 7Eleven (talvolta non caldi di forno ma freddi di banco frigo, però sempre buonissimi) abbiamo girato le panetterie (bagerier)(su tutte, la bageri Holm), mangiando veramente tantissimo e ogni tanto veramente la merda, ma il mio peso non è aumentato [maleficio o forse ho smaltito tutto con quei 10 km a piedi sull’isola di Møn *a seguire].
In giro per la città tanti elefanti; poi fiori, aiuole, una sede di Scientology, sulla metropolitana divanetti comodi e la presenza dello scompartimento “zona silenziosa” mentre io sulla Circumvesuviana di questo cazzo mi devo fare una tratta anche più lunga attaccata a una ragazza random che blatera ad alta voce dei suoi esami di biotecnologie per tutto il viaggio.
Aria salubre di salsicciotto, cannella e pane ad ogni angolo di strada.
Molti dei ragazzi più giovani hanno le gambe sottili a causa del troppo pedalare e questo non va bene. Tetti turchesi sulle case e color verde-mela ovunque, dai treni della compagnia ferroviaria DSB, ai bus dell’isola di Fyn, alla compagnia aerea Cimber, alla reception e documenti degli ostelli, e così via.

Dolcino-zone:
kanelsnegl
 (versione danese della solita regina svedese kanelbulle; in alcune panetterie chiamate genericamente wienerbrød): variante normale, con glassa, o con cioccolato. Mia consumazione minima di una al giorno, come sempre I came. L’importante è che siano bene compatte e non si allenti il giro di impasto (cosa che al 7Eleven succede), puo’ capitare che la glassa si sciolga regalando al sacchetto di carta una grande macchia oleosa.
kanelrose: versione muffin della girella cannella. Chiaramente ottima ma si potrebbe fare ancora meglio cioè non far restare incollate le briciole allo stampino di carta. (Ci sono anche kanelbrød e kanelstang e tantissime altre varianti. That is the place once again)
terbike: rotolino-fagottino croissant con interno di marmellata strudel o similia e ricoperto di semi di papavero.
hindbær snit: tegola di pastafrolla con marmellata di lamponi e ricoperta di glassa con sprinkles. Arrivederci e grazie
muffin choko/normale/mix/caramello/r(frutti di bosco): buoni. Addirittura troppo grandi quelli di 7Eleven.
scones: (con gocce choko) quelli da panetteria, senza parole. Nella cioccolata calda, senza parole.
cono gelato Ben & Jerry’s molto poco danese ma anche molto poco reperibile. Gusti - Chocolate Macadamia, Cookie Dough (oh my), Physh Food.


Cibaria-zone:
pølser: hot dog, salsicciotto che investe di profumo tutto il territorio. Il pølser sta alla Danimarca come la pizzetta a portafoglio sta al Mercato Pendino e alla zona San Biagio Librai e a tutto il resto di Napoli che fa la pizzetta a portafoglio. Ogni cosa sa di pølser, dalle guance dei bambini biondi alle mattonelle per terra. Io ho corretto il mio polser al ketchup con una salsa agrodolce. Arrivederci e grazie
smørrebrød: fettadi pane di segale con sopra la qualsiasi, ma con criterio. E’ un piatto freddo, quello che ho provato aveva carne di maiale, funghi, qualche altra cosa indefinita, salsine, e due fette di cipolla gigante o forse grasso trasparente. Non lo so e non lo voglio sapere, ma era buono.
baby bites: versione mini dei pølser. Roba probabilmente poco danese, ma da 7Eleven supercombo a tre.
go go taquito: le meh, tortilla tubolare con pollo ai peperoni che però non mi piacciono; mangiabile.

Christiania è un quartiere-stato-indipendente nato in tempi hippie. Superato l’ingresso molto popoloso, sterrato e sgargiante, diventa una baraccopoli dove sono vietate le foto, con il costante simbolo rosso del divieto con macchina fotografica disegnato gigante su cartelli, pareti, ed anche inglobato in quelli che dovrebbero essere fantasiosi murales di libertà free ganja viva la vita e che quindi fanno ancora più schifo 

Tra le case e le strutture (che potrebbero essere abitate, e quindi teoricamente anche loro ‘case’) c’è qualche prato carino, una bella parte di radura che da sul lago, ma dalle finestre delle abitazioni si intravedono ammassi di qualsiasi cosa: caschi di bici, barattoli, piante, munnezza varia. Gli autoctoni si vestono in pantaloni bracaloni, rasta, cani giganti quasi cavalcabili al guinzaglio e girano contenti sulle loro bici con carrello ed i pezzi di fumo in tasca. Tra le altre cose c’è una baracchetta come se ne possono vedere nei villaggi africani con il tetto di lamiera ed un box bambini adibito a cesto per gli abiti vecchi da scambiare-prendere se necessario. Son I’m totally disappoint

Nyhavn

lungofiume con le tipiche casette colorate e zona ininterrotta di ristoranti e densità italiana altissima (Praga 2.0). 

Gli italiani fanno le cose più ovvie possibili in una data città, e in questo caso restano a guardare la Sirenetta o vanno a mangiare sul lungofiume. Non ho ancora capito se sono fastidiosi i troppi italiani in terra straniera o solo i ragazzi napoletani con le felpe delle birre o solo i ragazzi del nord che al cellulare passeggiano per le piazze dicendo sempre all’interlocutore “sai com’è ho fatto un salto a Copenaghen”.

Tivoli è un grande mix di bellezza nel cuore della città che unisce giardini, theme park coasters, ristoranti da guida Michelin, laghetti, teatri, palchi per concerti e amenità varie. 

Tutte le corse che abbiamo fatto sono state caratterizzate da pioggia a secchiate, la voce “coasters con pioggia” dovrebbe andare depennata sulla to do list di ogni essere umano. Ho pensato alla gente che lavora negli uffici dei dintorni che dalle finestre ogni giorno sente le urla di piacere e vede salire e scendere la Golden Tower, Daemonen cinese o il Vertigo (e dopo una cosa come Vertigo bisogna solo far chiudere gli altri parchi).

Il negozio LEGO non ha bisogno di presentazioni. C’era un espositore giallo ‘build a mini’ dove si potevano comporre 3 personaggini e confezionarli. Un bambino biondo mi ha dato fastidio tutto il tempo toccando i mattoncini che stavo usando mentre rovistavo tra le teste gialle o guardavo avidamente un rarissimo corpo LEGO con maglia femminile che una signora spagnola con la figlia erano riuscite a pescare. Preso portachiavi Boba Fett minifigure e altra roba.
 

Una sera siamo andate a vedere Chad VanGaalen e l’aura di posto pacifico è aumentata; i giovani sono molto sobri e gli hipster non ci sono, e se ci sono lo sono con leggerezza o forse erano solo in vacanza.

Saremmo ritornate a Copenaghen alla fine di viaggio dopo aver visto altre due regioni, ma anche solo cinque giorni bastano e avanzano per la capitale, forse non abbastanza per affezionarsi a certi punti vendita strategici di 7Eleven, forse non abbastanza per ambientarsi nel quartiere prendendo le strade con sicurezza di abitante. A saperlo si poteva completare il viaggio andando in Svezia, però ci sono ancora Finlandia e Norvegia da fare. Non in estate.

Odense

Isola di Fyn, il treno è veloce e il bagno del treno è una suite imperiale con la porta automatica. Con l’avvicinarsi del fine settimana e l’allontanarsi da Copenaghen inizia una condizione sociale di palle di fieno. Sembra che la gente smetta di andare in giro dopo le 21 e le uniche attività che restano aperte sono sempre i Thai take away o le pizzArie finto-siciliane. 

Odense è comunque carina e molto tranquilla, con un ospizio bellissimo dove sospetto vadano a finire tutti i vecchi danesi. E’ la città natale di Andersen e quindi molte cose sono dedicate a lui tra cui casa, museo, giardini, vari semafori con la sua silhouette rossa/verde a vecchio pensionato dandy dal sorriso imbarazzante. Scopro di non aver letto molte delle sue favole. Chiaramente fuck the police perché ho sulle spalle annate di Topolino di formazione, però sono così tante e così tanto sconosciute e che ho tentato un po’ di rimediare.
L’ostello carino, con una sala comune cantinola in legno, attaccato alla stazione e al Mc Donald’s con i suoi chicken wraps corretti alla salsa agrodolce e i suoi bagni cari al turista stitico.

Stege

La Brusciano della Sjælland (cioè città composta da una strada) girata avanti e indietro per errore in una giornata di pioggia. I Danesi sempre chissà dove in chissà quale lido romagnolo. Scene da The Straight Story mentre vengo disarcionata dalla bici sul ciglio della strada con il vento e campi di spighe da un lato e prati dall’altro. Tutto molto suggestivo ma per questione di praticità e km (10), abbandonate le bici, arrivare alla fine dell’isola di Møn è stato impossibile e abbiamo dovuto aspettare un bus miracoloso e percorrere i restanti 3 km a piedi in strada deserta con gli ombrelli. Abbiamo avvistato almeno cinque volte un gruppo di adolescenti in costume da bagno che andavano e venivano con un treppiedi. A Stege c’è un porticciolo, delle scuole uscite da un altro mondo dove le bambine con le trecce saltellano e giocano sui prati fuori e prendono il bus in autonomia. Tutti sembrano conoscersi o forse sono solo molto amichevoli: i passeggeri danno sempre conto al conducente dei mezzi e i convenevoli sembrano sinceri. Non è Copenaghen e loro sono ugualmente felici anche tra i campi di fieno in culo al mondo. That is the place once again

Møns klint

Km a piedi nel bosco. Fango, lumaconi sulla strada, seguendo un primo sentiero accidentato ed improvvisato, dopo una scalinata infinita di legno riusciamo a scendere su questa scogliera di gesso. Grande, altissima, mare caraibico. Di punto in bianco non fa più freddo e se non fosse stato il punto di ritrovo più grande del mondo di pulci di mare o se fosse stato facilmente raggiungibile, avremmo trovato tanti turisti italiani a fare il bagnetto con la Leocrema. Non ho mai visto uno scenario di quella portata, dove ‘portata’ è una parola grossa.
Mar Baltico per sempre.

Altri chilometri a piedi nella foresta che non abbiamo accusato, seppur con un tozzo di panetto di segale nello stomaco.
Ostello fantasma, senza l’ombra di un responsabile, nell’ingresso c’erano foto del posto negli anni 20 quindi possiamo dire di aver dormito in un autentico edificio danese stile casa nella prateria con le finestre di legno e l’acqua del rubinetto con retrogusto di pozzo. 

Giardino sul lago, barche, prati, sentieri fangosi della pioggia del giorno prima. Bello.

Insomma ho sbagliato tutto quando sono stata a sentire chi diceva che studiare le lingue scandinave non sarebbe servito; il ritorno alla stazione di Napoli in serata è stato come trovarsi a Caracas e persino Roma ora non mi sembra più così prati in fiore; forse il parlarne in toni divertenti ridicolizza la cosa, forse vedrò posti più belli ancora, forse venderanno la cannella in crema anche qui e allora amen. 


viva viva gioventù

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